sabato 9 maggio 2009

Storia minima dell'HIV nel cinema: i "capisaldi" del genere


Una gelata precoce (1985) di John Erman


Potrà sembrare strano ma fu la televisione generalista ad a occuparsi di AIDS ancor prima del cinema (in realtà nello stesso anno prima due piccolissime produzione indipendenti americane tratteranno l'argomento, ma di questo ne parleremo nel prossimo post). Nel 1985 la televisione commerciale NBC manda in onda questo TV-movie di due ore che racconta come una coppia piccolo-borghese vede la propria vita completamente stravolta quando uno dei loro figli gli comunica di essere gay e pure sieropositivo.
Gli sceneggiatori non sapevamo come approcciare l'argomento: "Una gelata precoce" assomiglia a mille altri film per la televisione: provate a immaginare il classico polpettone in cui al protagonista viene diagnosticato un cancro, sostituite la parola cancro con AIDS, aggiungete una manciata di luoghi comuni tipici delle produzioni televisive (interminabili liti familiari, l'immancabile scena in ospedale con il dottore stronzo e l'infermiera buona e caritatevole, il finale riparatore e ottimista etc. ) e avrete un'idea di che tipo di prodotto stiamo parlando.
Un'opera bruttina e sgraziata che però rimane fondamentale nella storia del cinema gay e che negli anni ha conservato, nel bene e nel male, un posto nel cuore di gran parte del pubblico omosessuale. A questo va poi aggiunto un interessantissimo cast che non poteva non fra breccia almeno cuori dei gay-cinefili: i ruoli di mamma e papà furono affidati alla coppia Gena Rowlands e Ben Gazzara, già eroi del cinema indipendente americano, a cui si aggiunse l'ex star di Broadway, Sylvia Sidney nei panni di una dolce e comprensiva nonnina.



Che mi dici di Willy? (1990) di Norman René

Pochi anni dopo "Una gelata precoce" il produttore indipendente Samuel Goldwyn Jr. (figlio del Samuel Goldwin fondatore della M.G.M.) e la TV pubblica americana P.B.S. producono e distribuiscono il primo film sulla AIDS che riesce ad avere una buona distribuzione sia negli Stati Uniti che in Europa.

Le vite di un gruppo di ricchi omosessuali di New York viene stravolta quando su tutti i giornali si comincia a parlare di una nuova malattia che colpisce gay e drogati: è l'inizio di una pandemia che decimerà la comunità gay e cambierà per sempre la vita dei sopravvissuti.
Questa vola il risultato è sensibilmente migliore, anche grazie al lodevole lavoro del regista e dello sceneggiatore, Craig Lucas, molto più empatici sull'argomento: entrambi gay dichiarati vissero in prima persona cio che raccontano nella pellicola (René morirà proprio di AIDS nel 1996).
Ottime anche le prove degli attori: su tutti brilla uno straordinario Bruce Davison che grazie a questo film riceverà diversi importanti premi fra cui un globo d'oro, il prestigioso New York Film Critics Circle Awards, l'Independent Spirit Awards e persino una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista. Qualche difetto la pellicola lo ha di sicuro, sopratutto per colpa di una sceneggiatura "a tesi" un po' troppo prevedibile e schematica (diciamo pure didascalica), che la fanno assomigliare troppo ad un'opera per la televisione.

continua...

lunedì 4 maggio 2009

In cucina con Milk: il picnic

Milk Blog è lieto di presentarvi una nuova rubrica. Si apre con questo post "In cucina con Milk". Parliamo di cucina e lo facciamo con leggerezza e ricercando il gusto e lo stile.
Eccovi quindi un modo semplice per approfondire tecniche, imparare piccoli accorgimenti e muovervi con destrezza tra i fornelli prima e nel mondo dell'ospitalità poi.
La primavera s’inoltra, è tempo di colazioni all’aperto e tè al riparo di gazebo in ferro battuto. E’ il momento di iniziare a parlare di cucina e buon gusto!
Che occasione migliore per inaugurare questa rubrica se non il tradizionale picnic?


Ragazze e ragazzi, ci dobbiamo distinguere! Se non vogliamo rinunciare alla classica grigliata che, a dire il vero, mi fa sentire molto uomo primitivo, perlomeno curiamo un po’ i dettagli!
Sapete: il termine picnic deriva da piquenique, che in un francese arcaico abbina "pique" (prendere, rubacchiare) e "nique" (oggetto di poco valore), ma questo non ci costringe a rinunciare alla classe e cura dei particolari!

L'occorrente
Per un pranzo perfetto nel nostro cestino non devono assolutamente mancare:
• Apribottiglie
• Sale e pepe (anche metaforicamente parlando)
• Un piccolo tagliere
• Un coltello affilato per tagliare formaggi e salumi, e uno a seghetto fine per i cibi croccanti (non vorrete servire ai vostri commensali delle fette dilaniate da una “sega”?)
• Stoviglie in plastica rigida
• Repellente per insetti
• Sacchetti in plastica per il “pattume” (che parola volgare) in modo da lasciare il prato pulito
• And last but not least: tovaglia o plaid (vi prego.. a quadrettoni; nè la cerata, nè trame militari o a fiori)

Da bere
Inoltre nessuno pensa mai al caffè o all’aperitivo quando ci si dividono le portate da realizzare!
Immaginatevi ad aprire il pasto con un cocktail a base di 2/3 di Malibù, 1/3 di Vodka liscia ed uno spruzzo di Blue Curacao decorato con amarene sotto spirito o fragole a scelta; o a concluderlo con del caffè da accompagnare alla torta. Il tutto è facilmente trasportabile con dei thermos!

Sarete l’invidia dei vicini di prato..
Semplicemente chic!

(Marco)

giovedì 30 aprile 2009

Domani Primo Maggio

noi ci saremo, non mancare!

http://primomaggiocassanese.blogspot.com/

martedì 28 aprile 2009

Giù le mani dal Gran Coda!



Grandi pianisti classici gay

I gender studies (studi di genere) degli anni 90 hanno guastato i sonni tranquilli di tutta quella “intellighenzia” benpensante che vedeva nei vari Haendel e Schubert dei genii di sublime spiritualità quasi privi di un corpo, ovviamente per il fatto che il loro corpo era invece animato da un gayo desiderio. “Illazioni, pure illazioni” – dicevano i veri accademici. Invece di spulciare faticosamente le lettere di Beethoven alla ricerca di improbabili morbose attenzioni riservate al nipote Karl, abbiamo deciso più pacatamente (e seriamente) di rovinare un po’ i sonni di coloro per i quali la musica è soggetta a un ordine eter(n)o, mettendoci a stilare un bel catalogo gayamente dongiovannesco di individui che si sono guadagnati la fama mettendo le mani su un Gran Coda!

Per lo sconforto di tutte le fanciulle di buona famiglia che hanno versato romantici sospiri massacrando i Notturni e Valzer di Chopin, bisogna partire proprio dal buon polacco, il “principe del pianoforte”. Ecco cosa Chopin scriveva all’amico Tytus: “Non abbracciarmi, non mi sono ancora lavato! Anche se fossi impregnato di profumi bizantini, mi abbracceresti solo se costretto col magnetismo…Esistono però le forze di natura: stanotte sognerai che ti abbraccio. Devo vendicarmi del terribile sogno a cui mi hai indotto l’altra notte!”. Camille Saint-Saëns, invece, abbandonata la moglie, si sentì così in colpa da dedicarsi amorevolmente ai ragazzi canari (un antesignano del turismo gay a Gran Canaria!) e algerini. Fra la fine dell’800 e il primo ‘900, impossibile non citare anche Ricardo Viñes (il virtuoso prediletto da Ravel), George Gershwin, Francis Poulenc, Benjamin Britten.

E ora passiamo ai pianisti che hanno fatto la storia dell’interpretazione nel XX secolo. Sviatoslav Richter e Vladimir Horowitz, i due maggiori virtuosi russi del 900, furono entrambi gay, benché sposati ( come non esserlo sotto il controllo sovietico?): entrambi ovviamente tormentati e a tratti depressi per non poter vivere serenamente la loro identità, anche se il secondo non si faceva scrupolo nell’andare in giro con un biondone tedesco (Horowitz diceva anche: “Esistono tre tipi di pianisti: omosessuali, ebrei e cattivi pianisti”: va da sé che lui era sia omosex che ebreo). Ma evidentemente nella repressione il “vizio” impazzava, se è vero che altri tre mostri sacri della tastiera più vicini a noi come Youri Egorov, Shura Cherkasski e Mikhail Pletnev condividevano con i loro predecessori dei gusti non così inusuali. Ma questi pianisti froci, come suonavano e come suonano? In modo sdolcinato ed effeminato? Tutt’altro. La costante è un virtuosismo di tipo trascendentale, in certi casi ai limiti dell’umano, unito a una grande intensità espressiva. E così, fra i virtuosi dalle dita agilissime, spuntano il bulgaro Alexis Weissenberg (uno dei pupilli -chissà perché - di Karajan, accanto ad Eschenbach), l’eccentrico e provocatorio Ivo Pogorelich, il francese Jean Yves Thibaudet – con i suoi capelli tinti di biondo e gli abiti firmati da Viviene Westwood -, lo spagnolo Rafael Orozco, il cubano Jorge Bolet, l’inglese cattolicissimo con partner fisso Stephen Hough.

Ovviamente molti dei pianisti di vecchia generazione vennero allo scoperto solo a fine carriera, o addirittura non lo fecero mai a causa dell’ostilità dell’ establishement classico – dura a morire: e allora il pianoforte diveniva il mezzo per dire ciò che non potevano dire ad alta voce (ma che praticavano, eccome...). L’alternanza di sensibilità androgina e virile dominio della tastiera divenne il marchio di pianisti popolari come l’americano Van Cliburn, ai concerti del quale per ironia della sorte fiumi di ragazzine in estasi scendevano idolatranti fin sotto il palco. In certi casi (Horowitz, Thibaudet) emergeva quel gusto del kitsch di cui i “veri pianisti maschi” – non sempre dalle dita d’acciaio in verità - si facevano beffe scandalizzati! A proposito di Thibaudet: in un’intervista il biondino disse furbamente che “il pianoforte è donna. Suonare è come fare l’amore con una donna, devi tenerla un po’ a distanza” (e infatti è quello che lui fa, mantenere la distanza!). E cosa vogliamo dire di quei pianisti non gay ma tanto tanto dandy? L’intoccabile Michelangeli, con il suo anellazzo al mignolo; l’elegantissimo e ipersensibile Claudio Arrau. O di quelli come Glenn Gould, con il suo ascetismo asessuato (?) e le sue affinità elettive con Richter, Karajan nonché con un massaggiatore personale che lo scortava in tournée? Ma di questi, vietato parlare. “Dio non voglia”. “Giù le mani!”. Il resto, però, è Storia.


Luca Ciammarughi

domenica 26 aprile 2009

Gli amici della domenica


Per augurarvi una buona domenica, oggi Milkblog ha deciso di presentarvi i suoi amici.
Si tratta ovviamente di blog che riteniamo, come tematica stile e argomenti, vicini a noi.
Eccoli qui. Se volete unirvi ai nostri amici, scriveteci e così inizieremo a conoscerci.


http://iraqilgbtuk.blogspot.com/

http://elfobruno.ilcannocchiale.it/

http://liberocanto.blogspot.com/

http://www.queer.vareseblog.it/

http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/

http://www.queerblog.it/

venerdì 24 aprile 2009

Ricordando Nureyev...

Aveva il carisma e la semplicità di un uomo della terra,
e l'arroganza inaccessibile degli dei
.
Michail Baryšnikov

Ballerino sublime (con Nižiskij, il più grande del '900), coreografo, avventuriero, dandy, lavoratore instancabile, a sedici anni dalla scomparsa Rudolf Nureyev continua ad esercitare un fascino a cui è difficile sottrarsi. D'altra parte la sua vita assomiglia a un romanzo, in cui bellezza, talento, ribellione, nostalgia e solitudine si intrecciano inesorabilmente.
Rudolf nasce giovedì 17 marzo 1938, su un vagone della Transiberiana da Farida Nureeva, vicino a un paese chiamato Razdol'naja, diverse ore di viaggio dopo Irkutsk. Della nascita a bordo della Transiberiana, sotto il segno di Allah e della stella rossa, Rudolf farà uno dei simboli forti della propria movimentata vita.
Dopo esperienze passate nella città di Ufa in ambito folcloristico, il sogno di Rudolf si realizza: la famosa scuola Mariinskij di San Pietroburgo gli apre le porte il 17 agosto 1955. Purtroppo è quasi al limite di età per entrare nella scuola: Vera Segeevna Kostrovitskaja pronuncia un verdetto pessimista, tuttavia lo ritiene degno di entrarci. In pochi anni Rudolf diviene uno dei ballerini più famosi della Russia, ballando per il teatro Kirov, dove debutta con il passo a tre di Il lago dei cigni ed eseguendo Laurencia, Don Chiscotte, Il corsaro, Giselle. Nel 1961 si ricorda il suo fortunato e rocambolesco passaggio all'Ovest.

Nureyev fu molto influente nell'ambito della danza classica: da un lato egli accentuò l'importanza dei ruoli maschili, che a partire dalle sue produzioni vennero sviluppati con molta maggiore cura per la coreografia che nelle produzioni precedenti; dall'altro grazie a lui venne abbattuto il confine tra balletto classico e danza moderna. Nureyev infatti danzò entrambi gli stili, pur essendo stato formato come ballerino classico, cosa che oggi è assolutamente normale per un professionista, ma nella quale Nureyev fu precursore molto criticato ai tempi.

La vita di Nureyev è segnata anche da forti passioni amorose: ricordiamo il ballerino danese Erik Bruhn, direttore del Balletto reale svedese, che divenne suo amante e protettore.

Il pregio di questo grande artista è sempre stata la determinazione. La promiscuità nei rapporti sessuali e la non conoscenza della pericolosità di questi, portò alle tragedie derivate dallo scoppio dell'AIDS anche in campo artistico, incominciando nel 1983 con Klaus Nomi. Secondo il dott. Michel Canesi, Nureyev probabilmente è diventato sieropositivo all'inizio degli anni '80.
A seguito della diagnosi, il ballerino incomincia le pesantissime cure sperimentali di HPA23 e di AZT: il fisico di Rudolf regge, continua a danzare, nonostante il peso degli anni, l'inevitabile affaticamento e la malattia latente. Dal 1983 al 1989 è direttore di danza all'Opera di Parigi. Nel 1991 invece tenta, con scarso successo di critica e pubblico, di diventare direttore d'orchestra pur non avendone le competenze specifiche. A partire dal 1992 l'artista si ritrova ad affrontare il periodo più difficile e doloroso della sua malattia; si rimette in maniera a dir poco straordinaria, e dirige Romeo e Giulietta a New York danzato da Silvie Giullem e Laurent Hilaire. Il 4 gennaio 1993, avvolto nel suo pigiama di pura lana dalle tonalità ocra, Rudolf entra in coma e si spegne serenamente il 6 gennaio 1993, alle tre e trenta del mattino, il giorno del natale russo. Al funerale, (12 gennaio), il finale brutale della Fuga XIII di Bach diviene il simbolo di quella vita spezzata dall'AIDS.
Sotto un sole freddo simile a quello della Russia ognuno si chiude in un assorto raccoglimento. Poi gli ammiratori si avvicinano per gettare un giglio bianco sul feretro di colui che, attraversando il mondo di corsa, fu l'ultimo zar della danza.

Pasquale Antonio Signore


Interpretazione de Il lago dei cigni


Interpretazione del Corsaro